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Noter:
(1) Cioè ha riesumato l'antico valore dei Romani. Va detto che
si tratta dell'Africano, non dell'Emiliano con cui lo confuse
Dario Fo in un suo intervento sul Corriere chiamandolo "criminale
razzista". L'Africano era anzi il nonno dei due più famosi "sindacalisti"
dell'antichità, Tiberio e Caio Gracco, morti nel tentativo di
far passare le leggi agrarie.
(2) Qui il poeta si riferisce all'uso antico di tagliare le
chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che
portavano invece i capelli lunghi. Dunque la Vittoria deve
porgere la chiome perché le venga tagliata quale schiava di
Roma sempre vittoriosa.
(3) La coorte, cohors, era un'unità da combattimento
dell'esercito romano, decima parte di una legione; nulla a che
vedere con la corte.
(4) L'autore fu coerente con le sue parole.
(5) A dire la verità si potrebbe intravedere in questi versi
un sentimento democristiano ante litteram, ma è nota la
religiosità di Mazzini, spesso deriso per questo da Marx con
il nomignolo di Teopompo.
(6) "Per Dio" va inteso come un invito a un'unione sacra.
(7) Ossia la battaglia in cui i comuni italiani uniti in lega
e guidati da Alberto da Giussano batterono il Barbarossa.
Bossi quindi errò nel scegliere come distintivo un eroe che
combattè a fianco di Roma contro gli invasori tedeschi.
(8) Francesco Ferrucci che guidò i Fiorentini contro Carlo
VIII di Francia e che a Maramaldo, rinnegato e traditore,
gridava: "Vile, tu uccidi un uomo morto!".
(9) I "Fascisti" non rientrano nell'affermazione, in quanto "Balilla"
è il soprannome di Gianbattista Perasso, il ragazzo genovese
che con il lancio di una pietra diede inizio alla rivolta di
Genova contro gli austriaci nel 1746.
(10) Si tratta dei Vespri siciliani, rivolta (1282) degli
isolani contro i francesi, che poi per stanarli gli facevano
vedere dei ceci e gli chiedevano: cosa sono questi? E loro,
non sapendo pronunciare la "c" dolce, dicevano "sesi", e i
siciliani giù botte!
(11) Le truppe mercenarie di occupazione.
(12) L'aquila bicipite, simbolo degli Asburgo.
Storia
Adottato
ufficialmente nel 1946, dopo la fondazione della repubblica,
l'inno nazionale italiano appartiene a quel gruppo abbastanza
numeroso d'inni che si formano nel secolo scorso, in piena
stagione romantica, e rispecchia gli ideali del nostro
Risorgimento.
Le
parole le scrisse nel 1847 il giovane poeta genovese d'origine
sarda Goffredo Mameli (1827-1849), generoso studente ventenne
che appena due anni più tardi avrebbe sacrificato la vita con
altri patrioti in difesa della Repubblica Romana.
La
musica dell'inno di Mameli - il cui titolo originale era "Il
canto degl'Italiani" fu composta dal suo amico Michele Novaro
(1822-1885), di pochi anni più anziano di lui, ma che gli
sopravvisse a lungo e curò un'antologia di canti popolari
italiani, oltre a comporre, nel 1874, un'opera buffa in
dialetto genovese.
"Fratelli
d'Italia" come si prese a chiamarlo dal suo primo verso, fu
eseguito per la prima volta nelle strade di Genova il 9
novembre 1847, nel corso di una manifestazione popolare cui
partecipavano anche Nino Bixio, il celebre capo garibaldino, e
lo stesso Mameli. L'inno ebbe successo immediato e si diffuse
con rapidità in Liguria, Piemonte e Toscana, infiammando gli
animi giovanili con la sua musica trascinante e il suo testo
ispirato.
E'
rimasto, con l'inno di Garibaldi scritto nel 1858 da Luigi
Mercantini e Alessio Olivieri, il simbolo delle guerre
d'indipendenza del Risorgimento italiano.
Fu
quindi spontaneo, alla caduta della monarchia, dopo la Seconda
Guerra Mondiale, sceglierlo. Da tempo proposte assurde tentano
di soppiantare l'inno di Mameli.
Nel
gennaio 1995 lo Stato Maggiore dell'Esercito dispone di
estendere in via sperimentale, l'insegnamento dell'inno
nazionale a tutti i militari della Forza Armata.
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